54,1 contro 45,9. %. Così è divisa l'Italia, tra chi dà il benvenuto alla nuova legge, figlia del pacchetto sicurezza dell'attuale governo italiano. E chi si addolora per la piega presa dal nostro Paese, in cui i migranti (TUTTI) vengono criminalizzati. Senza distinzione e a dispetto delle convenzioni internazionali. Firmate anche dall'Italia.
I dati derivano dal sondaggio del Corriere, ma mi sembrano dolorosamente reali. E non importa se anche il Vaticano si mobilita per dire che questa legge "porterà dolore". A nessuno importa. Certo la legge vuole essere una risposta all'esasperazione del popolo, che vuole sentirsi sicuro a casa propria. Ma è anche frutto dell'ignoranza e del lavaggio del cervello che ci ha spinti a reputare tutti gli Albanesi puttanieri, i Romeni violentatori, i Musulmani terroristi.
Non è fingendo che non esistano che si risolverà il problema dei clandestini. Non è rispedendo a casa i richiedenti asilo politico che si risolveranno, nella legalità del diritto internazionale, i problemi dei richiedenti asilo politico.
L'Europa, non solo l'Italia, ha bisogno di una strategia comune e condivisa, che da un lato porti un aiuto concreto nei Paesi in via di sviluppo e che dall'altro risponda congiuntamente alle esigenze di esseri umani che hanno diritto, come tutti noi, semplicemente di vivere.
Oggi non mi sembra un buon inizio.
Thursday, July 02, 2009
Friday, June 26, 2009
International day in Support of Victims of Torture, June 26

"This is a day on which we pay our respects to those who have endured the unimaginable. This is an occasion for the world to speak up against the unspeakable. It is long overdue that a day be dedicated to remembering and supporting the many victims and survivors of torture around the world."
Former Secretary-General Kofi Annan
Tuesday, June 23, 2009
Filth and Wisdom
Dimenticatevi del fatto che questo film è stato diretto da Madonna, anche quando in sottofondo sentirete le sue canzoni. Perdetevi nella travolgente musica gipsy punk dei Gogol Bordello. Non vi aspettate nessuna morale illuminata, nonostante il titolo del film. Non cercate soluzioni maestrali, ma accontentatevi di simpatici personaggi al limite dello stereotipo. Vi divertirete a guardare questo film.
E tornerete a casa dinoccolati come Eugene Hutz, leggeri nella consapevolezza che alla fine della vostra vita anche voi potrete andare in paradiso, "se avrete detto la verità".
Thursday, June 18, 2009
Notte senza frontiere
Le serate dell'estate romana offrono anche begli spunti di riflessione. Sono appena rientrata dalla splendida cornice del Globe theatre, dove si è tenuta la manifestazione "Notte senza frontiere", a favore di MSF.Momenti di riflessione tratti dalle lettere e dagli appunti dei medici espatriati, stanchi, esasperati, soli, ma mai dubbiosi o incerti di fronte alla scelta di vita fatta. Voci narranti: Stefano Benni e attori come Alberto Rossi e una bravissima Lina Sastri.
E tanta musica, dalla voce potente di Irene Fornaciari, a Finardi accompagnato dal suo inseparabile extraterrestre ("portami via"), fino a giungere al momento più emozionante (per me, solo per me): l'apparizione di un allampanato ma meraviglioso Omar Pedrini, che non vedevo sul palco da almeno una decina d'anni e con cui ho cantato d'un fiato Sole spento e Shock.
Tuffo nel passato anche con il presentatore della serata, Mixo, che conduceva anni orsono un programma su Videomusic, ma che ora sembra sconosciuto ai più.
Tutto questo per parlare dei conflitti dimenticati e del lavoro di MSF, il lavoro di chi sospende la propria vita per andarsi ad infognare in luoghi dimenticati da Dio, per un motivo semplice, ma non banale: aiutare gli altri.
Una bella attività di sensibilizzazione e raccolta fondi per i "cugini" di MSF, con cui noi di Save the Children condividiamo, oltre che i valori, anche lo stesso palazzo come sede italiana a Roma!
Tuesday, May 26, 2009
Giocando a Monopoli nel villaggio globale.
E’ difficile iniziare a recensire il libro “La morsa” di Loretta Napoleoni. Un libro semplice, diretto, ma ricchissimo di spunti. Innanzitutto un presupposto: che il mondo ormai è davvero globalizzato, per cui ciò che accade in un luogo può avere pesanti ricadute in qualunque altra parte del mondo. Banalità? Non proprio. L’economista analizza le ragioni economico-politiche che hanno condotto alla situazione di crisi finanziaria attuale, in particolar modo la forzatura della “politica del terrore” imposta dall’amministrazione Bush, dietro la quale la classe politica mondiale ha perpetrato violazioni serie, non soltanto guerre feroci, ma anche l’erosione di miliardi di dollari dai conti correnti dei risparmiatori. In tutto il mondo.
Il libro non tralascia di sottolineare il ruolo dei media, abili manipolatori della macchina propagandistica occidentale, e l’incapacità dei politici di dare risposte efficaci e di lungo periodo.
“Mentre la war on terror viene venduta come la virtuosa esportazione dei principi della democrazia in chiave occidentale, i suoi effetti reali sono disastrosi. Accanto al numero impressionante di morti civili, nel mondo musulmano troviamo l’accresciuta instabilità di alcune zone del pianeta e l’aumento sosanziale dei deficit di bilancio dei paesi occidentali”. In fondo “cos’è più importante: esportare la democrazia “made in America” o salvare l’America stessa?”, si chiede l’autrice. La situazione politica globale, il dollaro debole,le speculazioni, la rischiosa commercializzazione del rischio, i paradisi fiscali, la febbre immobiliare, l’assenza di valori, la ricerca sfrenata della ricchezza sono alcune delle cause che portano, secondo la Napoleoni, ad un’economia “non regolata ed ormai fuori controllo”. Passando dalla Carlyle ai narcotrafficanti, dalla ‘ndrangheta ai nuovi arricchiti dell’élite londinese, Loretta Napoleoni mette insieme i pezzi di un folle puzzle che riflette l’immagine di un mondo strangolato da una crisi sfaccettata.
In tutto ciò, ecco affiorare un mondo apparentemente lontano: Dubai, l’Indonesia, il mondo arabo. Le banche islamiche. Così diverse dal mondo finanziario speculativo, diventano un esempio a cui puntare. Se l’errore del modello economico attuale è che il motore della crescita economica è il consumo,e non più la produzione, se “in questi anni abbiamo passato il tempo a spendere denaro che non possedevamo, spinti verso l’illusione effimera di una ricchezza che non esiste, incitati a spendere e divertirci”, adesso è ora di fermarsi a pensare. Questo modello economico non funziona.
Cosa consiglia dunque il libro? Di riflettere su ciò che potrebbe invece funzionare. Di prendere in prestito alcuni dei valori su cui si fonda la finanza islamica. Non “l’immagine stereotipata di un’etica di facciata” ma un chiaro legame tra il denaro e l’economia reale, a cui aggiungere il ruolo di uno stato che protegga i cittadini e potenzi gli istituti di credito che poggiano su un codice etico solido e che hanno mantenuto un ruolo sociale.
Wednesday, May 13, 2009
Cosa ci fanno un'italiana, un sudanese, tre svedesi, un belga, tre norvegesi, una serba e una rumena a Pristina?
Cristo. Parlano del divorzio di Berlusconi. Di quando il Cavaliere ha fatto aspettare la Merkel perchè era al telefono, in barba al protocollo, o di quando l'ha accolta, nascosto dietro ad una statua,con un "cucù". Delle veline pretendenti al posto di europarlamentare. Dei terremotati che dovrebbero fingere di essere in campeggio....
... ridiamo ...
... mi guardo dal di fuori e mi dico "non c'è niente da ridere". Questa gente, con background diversi,proveniente dal Nord e dal Sud del mondo, parla del mio Primo Ministro come potrebbe parlare di Mr.Bean o Benny Hill. E ride. Oh, come si divertono!
Mi rendo conto che è questa l'Italia che vedono e che vogliono vedere. Cercare di dimostrare altro da questo è quasi utopia.
... ridiamo ...
... mi guardo dal di fuori e mi dico "non c'è niente da ridere". Questa gente, con background diversi,proveniente dal Nord e dal Sud del mondo, parla del mio Primo Ministro come potrebbe parlare di Mr.Bean o Benny Hill. E ride. Oh, come si divertono!
Mi rendo conto che è questa l'Italia che vedono e che vogliono vedere. Cercare di dimostrare altro da questo è quasi utopia.
Sunday, May 10, 2009
"No all'Italia multietnica"
Io vengo da una regione di confine. Ho appena respirato il clima della guerra fredda, che ci divideva con muri di piombo dall'Est, minaccia per l'incolumità del mondo occidentale. Adesso quando varco i confini tra l'Italia e la Slovenia senza neppure accorgermene, senza rallentare, senza dover render conto di nulla a nessuno, sorrido.
Piano piano, alcune barriere sono cadute, l'Europa si è allargata, i popoli si sono un po' mischiati. In fondo tutto ciò esiste da sempre. Per una ragione o per l'altra, la gente si sposta. Spesso si cercano migliori opportunità. Alle volte s'insegue un sogno, un amore. Altre volte si contraggono dei debiti, che vanno ripagati.
Questa è una verità, imprescindibile. Solo un irresponsabile non se ne renderebbe conto. Solo un irresponsabile nasconderebbe la testa nella sabbia, fingendo che gli immigrati non esistano, perchè nella sua mente non devono esistere. Perchè non gli piacciono.
Da anni l'Italia deve gestire il flusso degli immigrati irregolari attraverso una legge inadeguata (anche secondo uno dei due politici che le hanno dato il nome): la Bossi-Fini. Il problema non si risolve fingendo che non sussista. I clandestini non scompaiono, se la legge sull'immigrazione non ne prevede la presenza sul territorio nazionale. Bisogna aprire gli occhi. Aprirsi in maniera adeguata al mondo, che è per definizione multietnico. E dare l'opportunità a chi manifesta un'intenzione seria di radicarsi su un territorio, nel rispetto delle leggi. Quando sono adeguate.
Piano piano, alcune barriere sono cadute, l'Europa si è allargata, i popoli si sono un po' mischiati. In fondo tutto ciò esiste da sempre. Per una ragione o per l'altra, la gente si sposta. Spesso si cercano migliori opportunità. Alle volte s'insegue un sogno, un amore. Altre volte si contraggono dei debiti, che vanno ripagati.
Questa è una verità, imprescindibile. Solo un irresponsabile non se ne renderebbe conto. Solo un irresponsabile nasconderebbe la testa nella sabbia, fingendo che gli immigrati non esistano, perchè nella sua mente non devono esistere. Perchè non gli piacciono.
Da anni l'Italia deve gestire il flusso degli immigrati irregolari attraverso una legge inadeguata (anche secondo uno dei due politici che le hanno dato il nome): la Bossi-Fini. Il problema non si risolve fingendo che non sussista. I clandestini non scompaiono, se la legge sull'immigrazione non ne prevede la presenza sul territorio nazionale. Bisogna aprire gli occhi. Aprirsi in maniera adeguata al mondo, che è per definizione multietnico. E dare l'opportunità a chi manifesta un'intenzione seria di radicarsi su un territorio, nel rispetto delle leggi. Quando sono adeguate.
Thursday, May 07, 2009
Il tabù della guerra
Anche alla luce dei recenti avvenimenti in Afghanistan (100 morti, quasi tutti civili, a causa di un raid americano) consiglio vivamente la lettura della rubrica di Caracciolo su Limes, di cui riporto un breve estratto:
"Forse nemmeno la tragedia che si è consumata ieri presso Herat, dove nostri militari - in circostanze che vorremmo subito chiarite - hanno ucciso per errore una bambina di tredici anni, basterà a rompere il tabù che ci impedisce di dire a noi stessi cosa stiamo facendo in terra afghana. La guerra, appunto. Una guerra che rischiamo di perdere, insieme agli americani e agli altri alleati. Ma in cui abbiamo già perso la faccia, non avendo il coraggio di chiamare guerra la guerra. E di spiegare perché ne siamo parte, in vista di quali obiettivi."
"L’Italia è un paese sovrano che può decidere se combattere o meno una guerra, dopo averne discusso come si conviene in democrazia. Ma quando mandiamo nostri soldati al fronte, spesso ci preoccupiamo più di come travestire la missione che di definirne scopi e strumenti. (...) Pare che a Herat, ieri, la pioggia fosse talmente fitta da ridurre al minimo la visibilità. Ma all’origine di quella tragedia non c’era solo l’oscurità meteorologica. C’era - e resta - anche la foschia che noi stessi abbiamo sparso attorno ai nostri soldati, ai loro compiti e ai mezzi di cui dovrebbero disporre per eseguirli. Se non disperderemo questa nebbia strategica, continueremo a pagarne le conseguenze. E a farle pagare a chi non vorremmo
"Forse nemmeno la tragedia che si è consumata ieri presso Herat, dove nostri militari - in circostanze che vorremmo subito chiarite - hanno ucciso per errore una bambina di tredici anni, basterà a rompere il tabù che ci impedisce di dire a noi stessi cosa stiamo facendo in terra afghana. La guerra, appunto. Una guerra che rischiamo di perdere, insieme agli americani e agli altri alleati. Ma in cui abbiamo già perso la faccia, non avendo il coraggio di chiamare guerra la guerra. E di spiegare perché ne siamo parte, in vista di quali obiettivi."
"L’Italia è un paese sovrano che può decidere se combattere o meno una guerra, dopo averne discusso come si conviene in democrazia. Ma quando mandiamo nostri soldati al fronte, spesso ci preoccupiamo più di come travestire la missione che di definirne scopi e strumenti. (...) Pare che a Herat, ieri, la pioggia fosse talmente fitta da ridurre al minimo la visibilità. Ma all’origine di quella tragedia non c’era solo l’oscurità meteorologica. C’era - e resta - anche la foschia che noi stessi abbiamo sparso attorno ai nostri soldati, ai loro compiti e ai mezzi di cui dovrebbero disporre per eseguirli. Se non disperderemo questa nebbia strategica, continueremo a pagarne le conseguenze. E a farle pagare a chi non vorremmo
Sunday, April 26, 2009
Alessio Fralleone
Ho conosciuto questo giovane artista entrando per caso in una galleria di Roma dove esponeva le sue opere. Opere oniriche, personaggi con espressioni quasi da fumetto, dentro a corpi in matura trasformazione. Uno studio del costato, del diaframma, del petto, che l'artista lascia spesso vuoto nei suoi personaggi antropomorfi e crocefissi, mentre dalla carta lucida su cui disegna traspaiono pagine di quotidiani in diverse lingue, anche in arabo, a dimostrare il flusso spesso inconsistente d'informazioni che va a colmare il vuoto che c'è dentro ognuno di noi, di nulla.Tutto questo me l'ha spiegato Alessio e l'ho trovato davvero interessante.
Ho anche acquistato il suo libro, Storia di una danza, che racconta dello spirito della danza che, essendo privo di gambe, si deve necessariamente impossessare dei corpi dei ballerini per potersi esprimere."Io spirito della danza stanotte conosco tramite questo ragazzo coreografie diverse movenze impreviste possiede tensione nei movimenti una densità psichica eccezionale che sia lui". Il testo è scritto con un pennello, in stampatello e non presenta punteggiatura. E' una lunga poesia d'amore e passione per l'arte.
(Ho "rubato" la foto da MySpace, e con ciò spero di non contrariare l'artista; le opere sono tuttora esposte in vicolo Savelli 9, sede della casa editrice GB EditoriA)
Commento politico
"Abbiamo bisogno di una nuova generazione politica, che non è solo una questione anagrafica ma è una questione di mentalità. (..) Ci illudiamo se pensiamo che il cambiamento avvenga spontaneamente: noi dobbiamo conquistarlo. (..) Noi non possiamo riconoscerci in chi pensa che gli immigrati siano dei criminali. Noi non possiamo riconoscerci in un Pease che non investe nella scuola, nell'università e nella ricerca. Noi non possiamo riconoscerci in un Paese che pensa di superare la crisi economica solo "prendendola più allegramente". Noi non possiamo riconoscerci in un Paese che pensa che i propri lavoratori siano fannulloni e che i medici debbano denunciare i propri assistiti. E noi non possiamo riconoscerci in un Paese che non si preoccupa di quei bambini che rischiano di essere bambini non esistenti, bambini che non potranno essere registrati. Io questo Paese non lo voglio."
Finalmente anch'io ho ascoltato il discorso di Debora Serracchiani al Congresso del PD. Anche a me è piaciuta molto, ferma ma molto spontanea, appassionata e diretta. Mi riconosco nelle sue parole. Certo, lei le ha dirette alla dirigenza del suo partito, e penso che abbia azzeccato il tono e le parole.
A me piacerebbe ampliare il discorso e rivolgere l'appello ad una mentalità nuova a tutto il Paese. Grassroots e dirigenti. La mentalità ... non vogliamo che il nostro Paese consideri i propri lavoratori dei fannulloni. Ma non vogliamo neppure continuare a sentire fatti relativi a lavoratori pubblici che ingannano la comunità (vedi le maestre di Reggio Calabria ed Agrigento che per farsi trasferire da Milano, dove erano state assegnate dopo aver vinto un concorso, non si erano fatte scrupoli a farsi rilasciare certificati medici falsi), di cittadini che guadagnano in nero (no, non pagare le tasse non è un modo per sopravvivere: è un modo per far affossare l'intera comunità verso cui siamo TUTTI responsabili) e che truffano istituzioni pubbliche o private.
Preoccupiamoci di questo Paese. Prima che sia troppo tardi. Perchè il cambiamento, concordo con Debora, ce lo dobbiamo davvero conquistare.
Finalmente anch'io ho ascoltato il discorso di Debora Serracchiani al Congresso del PD. Anche a me è piaciuta molto, ferma ma molto spontanea, appassionata e diretta. Mi riconosco nelle sue parole. Certo, lei le ha dirette alla dirigenza del suo partito, e penso che abbia azzeccato il tono e le parole.
A me piacerebbe ampliare il discorso e rivolgere l'appello ad una mentalità nuova a tutto il Paese. Grassroots e dirigenti. La mentalità ... non vogliamo che il nostro Paese consideri i propri lavoratori dei fannulloni. Ma non vogliamo neppure continuare a sentire fatti relativi a lavoratori pubblici che ingannano la comunità (vedi le maestre di Reggio Calabria ed Agrigento che per farsi trasferire da Milano, dove erano state assegnate dopo aver vinto un concorso, non si erano fatte scrupoli a farsi rilasciare certificati medici falsi), di cittadini che guadagnano in nero (no, non pagare le tasse non è un modo per sopravvivere: è un modo per far affossare l'intera comunità verso cui siamo TUTTI responsabili) e che truffano istituzioni pubbliche o private.
Preoccupiamoci di questo Paese. Prima che sia troppo tardi. Perchè il cambiamento, concordo con Debora, ce lo dobbiamo davvero conquistare.
Friday, April 24, 2009
In realtà vorrei poter fare molto di più. Scelte con basso impatto ambientale, nel rispetto dei diritti umani. La perfezione non è di questo mondo, si sa. I rifiuti sono un business e lo sfruttamento dei lavoratori rende molto di più che l'attenersi a delle regole contrattuali che prevedano una paga equa ed adeguata e dei sacrosanti benefit sociali.
Ma resto sempre convinta che se ognuno di noi vincesse la pigrizia e s'impegnasse ad aiutare un po' il povero pianeta che a fatica ci ospita sulla sua superficie, forse forse vivremmo tutti un po' meglio. E mentre riciclare la plastica, la carta e l'alluminio per molti rimane un gesto vano e inutile, al di fuori della loro quotidianità (a chi mi riferisco? al 98% delle persone che conosco), ecco che mi solleva trovare delle realtà come quella che segnalo oggi: LIFE GATE.
Cito testualmente dal sito:
LifeGate è la piattaforma per il mondo eco-culturale, nata per diffondere coscienza ecologica e promuovere uno stile di vita etico, eco-sostenibile, equo-solidale. Promuovendo i concetti di People, Planet e Profit, intende diffondere un nuovo modello economico nel quale convivano profitti, rispetto per l’ambiente e attenzione per il sociale.
LifeGate ha creato il network di comunicazione (radio, portale internet, magazine) per lo sviluppo e la diffusione del mondo dell’eco-cultura e offre alle aziende servizi di Corporate Social Responsibility per un nuovo modo di fare impresa secondo elevati standard etici, sociali e ambientali. Rientrano in quest'ambito i progetti concreti in campo ambientale Impatto Zero® e LifeGate Energy energia rinnovabile®.
Ma resto sempre convinta che se ognuno di noi vincesse la pigrizia e s'impegnasse ad aiutare un po' il povero pianeta che a fatica ci ospita sulla sua superficie, forse forse vivremmo tutti un po' meglio. E mentre riciclare la plastica, la carta e l'alluminio per molti rimane un gesto vano e inutile, al di fuori della loro quotidianità (a chi mi riferisco? al 98% delle persone che conosco), ecco che mi solleva trovare delle realtà come quella che segnalo oggi: LIFE GATE.
Cito testualmente dal sito:
LifeGate è la piattaforma per il mondo eco-culturale, nata per diffondere coscienza ecologica e promuovere uno stile di vita etico, eco-sostenibile, equo-solidale. Promuovendo i concetti di People, Planet e Profit, intende diffondere un nuovo modello economico nel quale convivano profitti, rispetto per l’ambiente e attenzione per il sociale.
LifeGate ha creato il network di comunicazione (radio, portale internet, magazine) per lo sviluppo e la diffusione del mondo dell’eco-cultura e offre alle aziende servizi di Corporate Social Responsibility per un nuovo modo di fare impresa secondo elevati standard etici, sociali e ambientali. Rientrano in quest'ambito i progetti concreti in campo ambientale Impatto Zero® e LifeGate Energy energia rinnovabile®.
Thursday, April 09, 2009
Tuesday, April 07, 2009
Moleskine, Appunti di viaggio - YouDem.tv
I miei appunti di viaggio da Gaza, in video.
Un ringraziamento a Maddalena Carlino di YouDem.tv.
Saturday, April 04, 2009
Die Welle, L'Onda
Un altro film che consiglio. Ambientato in Germania, si rifà ad una storia realmente accaduta, ma negli Stati Uniti. Un esperimento, per far capire come sia facile creare un "-ismo" in un gruppo di persone (in questo caso giovani ed influenzabili)convinte di conoscere la storia e di aver, in un certo qual modo, imparato da essa.Dice il regista: "In Germania si è molto discusso sul film. Il dibattito sul tema se può tornare di nuovo il fascismo oggi è ancora molto vivo nel mio Paese, come credo anche in Italia. Io mi pongo questa domanda sin dall’età di dodici anni: se la risposta è si, che ruolo potrei avere? Cosa potremmo fare tutti? Ci sarebbe una Resistenza, cosa che invece è mancata durante il Terzo Reich?".
Domande a cui nessuno può dare una risposta. Però il film lascia riflettere sul fatto che, per quanto siamo tutti convinti di aver appreso dalla storia, in realtà siamo tutti influenzati dalla realtà onnivora che ci circonda e che ci divora, portando potenzialmente ognuno di noi a diventare quello che in altre circostanze non ci saremmo neppure mai immaginati di poter essere.
Sunday, March 29, 2009
Teza
"Vogliamo un socialismo sul modello albanese""Ma lei ci è mai stato in Albania?"
"No"
"Ma lì la gente non ha niente!"
"La sua è solo propaganda imperialista"
Teza è un film fatto di piccoli camei, come questo dialogo che il protagonista ascolta, con lo sguardo perso nel vuoto, da una piccola radio portatile nel suo Paese, l'Etiopia. Dalla vivida descrizione della società tedesca degli anni '70, in cui Anberber si trova da giovane studente di medicina, agli episodi di violenza che insanguinano la sua terra natia nel nome di una rivoluzione che lui, ormai lontano da idealismi politici, non esita a "mandare al diavolo", rischiando di essere barbaramente ucciso. Invece,si ritrova vittima di un grave episodio di intolleranza razzista proprio nella Germania che l'aveva accolto ed istruito, come finirà per fare lui nella minuscola capanna che serve da scuola del villaggio.
Tra i panorami da favola del placido lago Tana e le reminescenze di un passato coloniale di cui ancora la popolazione ha chiara la memoria, si snoda la storia di Anberber e con lui quella della sua terra martoriata.
Sunday, March 15, 2009
"Donne e Microfinanza. Uno sguardo ai paesi del Mediterraneo" edizioni Aracne
Fresco di stampa ...
Il volume guarda all’impatto socioeconomico dei programmi di microfinanza attivi nei paesi del Mediterraneo, prendendo spunto dai risultati di una ricerca svolta da Fondazione Risorsa Donna nell’Anno Internazionale per il Microcredito (2005). Ogni capitolo dirige l’attenzione del lettore verso diverse aree geografiche: i paesi europei, i paesi arabi del Nord–Africa (con una particolare attenzione all’Egitto) e i paesi dei Balcani. L’analisi adotta un’ottica di genere, identificando, dove possibile, i cambiamenti occorsi nelle esistenze delle donne e delle loro famiglie a partire dal momento in cui hanno potuto accedere a un programma di microcredito. Particolare attenzione viene rivolta alle problematiche relative al legame tra microcredito ed empowerment femminile, sia guardando ai diversi paradigmi presenti in letteratura, sia tramite la creazione di un indice di cambiamento delle condizioni di vita delle donne beneficiarie.
Contributi di Paola Barbieri, Fabrizio Botti, Marcella Corsi, Andrea Nardone, Tommaso Rondinella, Chiara Segrado, Anna Villa, Giulia Zacchia.
Il volume guarda all’impatto socioeconomico dei programmi di microfinanza attivi nei paesi del Mediterraneo, prendendo spunto dai risultati di una ricerca svolta da Fondazione Risorsa Donna nell’Anno Internazionale per il Microcredito (2005). Ogni capitolo dirige l’attenzione del lettore verso diverse aree geografiche: i paesi europei, i paesi arabi del Nord–Africa (con una particolare attenzione all’Egitto) e i paesi dei Balcani. L’analisi adotta un’ottica di genere, identificando, dove possibile, i cambiamenti occorsi nelle esistenze delle donne e delle loro famiglie a partire dal momento in cui hanno potuto accedere a un programma di microcredito. Particolare attenzione viene rivolta alle problematiche relative al legame tra microcredito ed empowerment femminile, sia guardando ai diversi paradigmi presenti in letteratura, sia tramite la creazione di un indice di cambiamento delle condizioni di vita delle donne beneficiarie.
Contributi di Paola Barbieri, Fabrizio Botti, Marcella Corsi, Andrea Nardone, Tommaso Rondinella, Chiara Segrado, Anna Villa, Giulia Zacchia.
Wednesday, March 04, 2009
Wednesday, February 25, 2009
Radio Meridiano 12
Questa settimana tra gli ospiti che illustravano l'attuale situazione del Kosovo, ad un anno dalla tanto criticata indipendenza, c'ero anch'io. Ho raccontato quali sono state le mie percezioni del Paese: della situazione politica ed economica, quella di un popolo senza identità propria (il 92% della popolazione è di etnia albanese) e molto (troppo) dipendente dall'esterno, dagli aiuti internazionali, dalle rimesse e (si mormora) dai fiorenti traffici illegali. Della festa per l'indipendenza, ma anche dell'inusuale riconoscimento dell'autonomia di questo Stato, riconosciuto da 55 Paesi, ma la cui indipendenza non è ancora stata avvallata da una risoluzione delle Nazioni Unite, per via degli interessi superiori che vedono il Kosovo come una pedina, una merce di scambio nel ben più vasto scacchiere internazionale.
Tuesday, February 17, 2009
Happy Birthday Kososvo!!
Sembrano spari, quelli che sento fuori dalla finestra del mio albergo a Pristina. Qualche anno fa avrebbero potuto esserlo, ma oggi questo è il rumore della festa. Il Kosovo compie un anno, il suo popolo esulta. La città da qualche giorno è tinta del rosso della bandiera albanese e del blu della propria bandiera. A tratti, macchie a stelle e strisce, vecchia riconoscenza a un Paese che ha determinato le sorti degli attuali confini balcanici. C'è da aspettarselo, in una città che ha chiamato un'arteria importante del traffico cittadino "Bill Clinton".Sembra che tutti i seicentomila abitanti di Pristina siano in piazza stasera. Giovani e bambini avvolti nelle bandiere varipinte,un fiume di gente che passeggia, mangia, balla e si abbraccia sulla via pedonale Nëne Tereza. In fondo, un grande palco che da tutto il giorno trasmette musica e buon umore agli abitanti di questo tormentato lembo di terra. La folla festeggia, ma si muove in un flusso calmo. Qua e là, ragazzini lanciano piccoli petardi, poi si tappano le orecchie in attesa dello scoppio. Le mamme chiudono un occhio, e si godono lo spettacolo dei fuochi d'artificio.
Dall'alto, lo sguardo benevolo di Ibrahim Rugova, padre della patria, deceduto nel 2006. A lui, il popolo non ha potuto che dedicare una parola: Faleminderit, grazie!
Sunday, February 15, 2009
Prishtina
Non siamo ancora atterrati, ma già si sente una sinfonia di Nokia che annunciano messaggi in arrivo. Non si è ancora spento il segnale che indica di tenere allacciate le cinture di sicurezza, che già la gente si affanna a togliere i propri bagagli dalle cappelliere.
Siamo arrivati a Pristina. Ci accoglie un freddo pungente,accompagnato da grossi fiocchi di neve. L'aeroporto è così piccolo, che scesi dall'aereo si entra nel terminal a piedi, attraversando un pezzetto di pista sotto la neve. E' un'atmosfera familiare, accogliente. Le pubblicità delle banche,dalla Reiffeisen a ProCredit ci danno il benvenuto presso l'unico nastro trasportatore, su cui arrivano puntuali le nostre valige.
Un momento interessante,per essere in Kosovo. Solo un anno fa, esattamente il 17 febbraio 2008, il piccolo Paese dichiarava la sua indipendenza dalla Serbia. Oggi tutte le macchine girano con due bandiere attaccate ai finestrini: quella della Repubblica indipendente del Kosovo e quella albanese. La questione però non si è ancora del tutto risolta: il territorio è attualmente posto sotto protettorato dell'Unione Europea, ma ancora rivendicato dalla Serbia. Eppure la lingua ufficiale del Paese è l'Albanese (in effetti Pristina ricorda moltissimo Tirana) e la popolazione (poco più di 2milioni di persone)è costituita per l'88% da Albanesi.
Siamo arrivati a Pristina. Ci accoglie un freddo pungente,accompagnato da grossi fiocchi di neve. L'aeroporto è così piccolo, che scesi dall'aereo si entra nel terminal a piedi, attraversando un pezzetto di pista sotto la neve. E' un'atmosfera familiare, accogliente. Le pubblicità delle banche,dalla Reiffeisen a ProCredit ci danno il benvenuto presso l'unico nastro trasportatore, su cui arrivano puntuali le nostre valige.
Un momento interessante,per essere in Kosovo. Solo un anno fa, esattamente il 17 febbraio 2008, il piccolo Paese dichiarava la sua indipendenza dalla Serbia. Oggi tutte le macchine girano con due bandiere attaccate ai finestrini: quella della Repubblica indipendente del Kosovo e quella albanese. La questione però non si è ancora del tutto risolta: il territorio è attualmente posto sotto protettorato dell'Unione Europea, ma ancora rivendicato dalla Serbia. Eppure la lingua ufficiale del Paese è l'Albanese (in effetti Pristina ricorda moltissimo Tirana) e la popolazione (poco più di 2milioni di persone)è costituita per l'88% da Albanesi.
Subscribe to:
Posts (Atom)