Il 3 giugno 1968, una donna di nome Valerie Solanas sparava ad Andy Warhol, ferendolo gravemente. Valerie era una donna non convenzionale. Un'infanzia travagliata l'aveva portata a vivere per strada, a prostituirsi per denaro e ad amare le donne per reazione alla ripugnanza che provava per gli uomini. Autrice di SCUM (Society for Cutting Up Men, acronimo che in inglese significa anche "feccia") Manifesto, è stata una femminista convinta, fino a dichiarare che l'uomo (maschio) altro non è se non un "incidente biologico".
Ho conosciuto questa figura imbattendomi quasi per caso nel film "I Shot Andy Warhol" di Mary Harron, che racconta per l'appunto la sua storia, in particolar modo l'episodio che l'ha resa nota al pubblico. Un film piuttosto cervellotico e nervoso, con personaggi distinti e ben definiti.
"Tu Valerie, potresti essere la portavoce di una nuova era, dove le donne non hanno più paura", le dice uno degli uomini che incontra. E quando qualcuno dello staff di Warhol l'accusa di essere una "lunatica" lei risponde violenta: "non sono una lunatica. Sono una ribelle. E ci sono molte donne che mi stanno seguendo. Abbiamo visto il futuro. Sarmo noi a conquistare il mondo!"
Saturday, December 19, 2009
Tuesday, December 08, 2009
Friday, November 27, 2009
Thursday, November 26, 2009
Nostra signora dei calzini
Grazie all'amica Veronica, stasera ho conosciuto la Signora dei calzini. Una poetessa ironica ed autoironica, cresciuta, parole sue, a suon di Lady Oscar e Lamù, che si è esibita al Pigneto a Roma nel suo spettacolo Eroticismi. Dove lei legge le sue poesie, liberandosi di fantasmi di uomini e amori, e di alcuni indumenti di troppo.La Signora dei calzini si chiede dove finiscano i calzini che puntualmente spariscono in ogni casa. Parla di amori conclusi con un sms mai spedito. Di sesso sconnesso come i cassetti in disordine. Di bambini "spiegazzati, bifronti, meticci".
Mi è piaciuta Alessandra. Ho comprato il suo libro e l'ho aperto solo adesso, a casa, scoprendo una dedica che mi ha fatto sorridere come il suo spettacolo: "A Chiara e al gatto grasso!".
(disegno di Federica Jourdan)
Tuesday, November 24, 2009
Sunday, November 22, 2009
Quebarie
Quebarie ha nove anni. Una mamma Rom di 25 che non è in grado di prendersi cura di lei. Non ha una casa, ma vive sotto un ponte accoccolata accanto ad un cane, che la scalda e le tiene compagnia. I parenti,inclusa la madre, la mandano per le strade di Tirana e Durazzo a chiedere l'elemosina. E' il suo lavoro.Non ha mai mangiato altro che pezzi di pane. Non sa tenere in mano un cucchiaio. Inutile dire che non è mai andata a scuola.
Quebarie ama le bambole e gioca con loro adesso che è stata ricoverata al reparto di pediatria di Tirana. Ha una malformazione al cuore e dev'essere operata. Se ne prendono cura in maniera davvero encomiabile i colleghi di Save the Children, che l'hanno conosciuta al centro per i bambini di strada in cui lavorano.
L'altro giorno sono andata anch'io a trovarla all'ospedale. Finalmente ha la possibilità di stare al caldo, in un letto. Di essere pulita e mangiare cose variegate. All'ospedale sta imparando ad usare il cucchiaio. L'altra sera, mentre mangiava da sola uno yogurt, le abbiamo fatto notare che stava usando la mano sinistra e lei tutta seria ci ha risposto "Sì, io sono come il presidente Obama!". Chissà che le passava per la testa in quel momento.
Non appena le sarà passata l'influenza, Quebarie verrà operata, ma quando uscirà dall'ospedale si ritroverà di nuovo ad aver bisogno di una casa, di essere seguita ma soprattutto, di essere amata.
Non appena le sarà passata l'influenza, Quebarie verrà operata, ma quando uscirà dall'ospedale si ritroverà di nuovo ad aver bisogno di una casa, di essere seguita ma soprattutto, di essere amata.
Monday, November 02, 2009
Un altro straordinario viaggio con Alitalia.
L'aereo per Trieste è di nuovo in ritardo. E' un venerdì sera, la stanchezza e la tensione accumulate durante la settimana pesano sulle spalle come macigni. Attorno a me, un gruppo di pellegrini sloveni di ritorno dalla Terra Santa. All'ennesimo annuncio di ritardo, uno di loro suscita una risata generale dichiarando, in sloveno, "tipico dell'Italia". Beati loro che hanno ancora la forza di ridere.
Quando finalmente si atterra a Trieste, anche ai pellegrini passa la voglia di scherzare: mancano alcuni bagagli, tra cui il mio. Mi metto docilmente in fila per denunciarne la perdita. Aspetto pazientemente il mio turno. Compilo il modulo. Spiego modello e colore del mio trolley ad un'addetta scazzata alla quale preciso che,nell'eventualità in cui il suddetto venisse ritrovato, gradirei andare a prenderlo all'aeroporto e non far venire il corriere a casa.
Al mattino dopo un sms mi avverte che il bagaglio è stato "ritrovato". Torno in aeroporto per ritirarlo. Troppo tardi. E' già partito con il corriere.
"Ma avevo detto alla sua collega che sarei venuta io a ritirarlo"
"Eh, la gente dice tante cose..."
"Ho provato a chiamare per avvertivi che sarei venuta, ma risponde solo il centralino e...".
La tipa ha perso interesse in me. M'ignora. Manco mi saluta.
"Arrivederci"
"...".
La valigia arriva alle 13.30 via corriere. Non la imbarco nel volo successivo del lunedì mattina. Non voglio problemi. Non voglio aspettare. E invece aspetto. Il volo parte puntuale da Trieste, ma all'arrivo a Roma veniamo letteralmente sequestrati dentro il veivolo. Non c'è la scaletta per scendere. E non ci sono neppure i funzionari dell'aeroporto addetti alle operazioni di sbarco. Chi si era alzato, dopo 40 minuti s'era riseduto, ormai disilluso. C'era chi telefonava e chi apriva il computer. Ancora un altro po' e ci saremmo messi a bivaccare.
Un altro straordinario viaggio con Alitalia.
Quando finalmente si atterra a Trieste, anche ai pellegrini passa la voglia di scherzare: mancano alcuni bagagli, tra cui il mio. Mi metto docilmente in fila per denunciarne la perdita. Aspetto pazientemente il mio turno. Compilo il modulo. Spiego modello e colore del mio trolley ad un'addetta scazzata alla quale preciso che,nell'eventualità in cui il suddetto venisse ritrovato, gradirei andare a prenderlo all'aeroporto e non far venire il corriere a casa.
Al mattino dopo un sms mi avverte che il bagaglio è stato "ritrovato". Torno in aeroporto per ritirarlo. Troppo tardi. E' già partito con il corriere.
"Ma avevo detto alla sua collega che sarei venuta io a ritirarlo"
"Eh, la gente dice tante cose..."
"Ho provato a chiamare per avvertivi che sarei venuta, ma risponde solo il centralino e...".
La tipa ha perso interesse in me. M'ignora. Manco mi saluta.
"Arrivederci"
"...".
La valigia arriva alle 13.30 via corriere. Non la imbarco nel volo successivo del lunedì mattina. Non voglio problemi. Non voglio aspettare. E invece aspetto. Il volo parte puntuale da Trieste, ma all'arrivo a Roma veniamo letteralmente sequestrati dentro il veivolo. Non c'è la scaletta per scendere. E non ci sono neppure i funzionari dell'aeroporto addetti alle operazioni di sbarco. Chi si era alzato, dopo 40 minuti s'era riseduto, ormai disilluso. C'era chi telefonava e chi apriva il computer. Ancora un altro po' e ci saremmo messi a bivaccare.
Un altro straordinario viaggio con Alitalia.
Tuesday, October 27, 2009
"Growing up in a privileged life, I took education for granted, but coming to Malawi has taught me a lot of things and learnt to appreciate what life gives,"
Un Paese in cui il 53% della popolazione vive al di sotto della linea di povertà. Dove l'aspettativa di vita raggiunge in media i 43 anni e la popolazione è duramente colpita dall'HIV. Questo è il Malawi.
Da oggi, in Malawi ci sarà una nuova scuola. E un albero. Entrambi legati ad una figura eclettica, che ben pochi fino a qualche tempo fa avrebbero collegato al piccolo Paese africano: Madonna, che oggi ha simbolicamente scavato, in vertiginosi tacchi laccati, le fondamenta della scuola e piantato (altrettanto simbolicamente?) un albero.
Fasciata da un abito nero e accompagnata da una figlia annoiata ma onnipresente, Madonna è tornata nella patria dei due figli adottati di recente tra accese polemiche, poichè protagonista di una procedura eccezionalmente record (il tempo medio per ottenere l'adozione di un bimbo è di circa due anni, ma a Madonna è bastato molto meno per portare a casa David e Mercy).
Da oggi, in Malawi ci sarà una nuova scuola. E un albero. Entrambi legati ad una figura eclettica, che ben pochi fino a qualche tempo fa avrebbero collegato al piccolo Paese africano: Madonna, che oggi ha simbolicamente scavato, in vertiginosi tacchi laccati, le fondamenta della scuola e piantato (altrettanto simbolicamente?) un albero.
Fasciata da un abito nero e accompagnata da una figlia annoiata ma onnipresente, Madonna è tornata nella patria dei due figli adottati di recente tra accese polemiche, poichè protagonista di una procedura eccezionalmente record (il tempo medio per ottenere l'adozione di un bimbo è di circa due anni, ma a Madonna è bastato molto meno per portare a casa David e Mercy).
Sunday, October 25, 2009
Monday, October 19, 2009
Posto fisso, ci credete ancora?
Dopo l'adozione selvaggia della legge Biagi che ha trasformato molti italiani,per lo più giovani ed all'inizio delle loro carriere, in "precari", ecco che il Ministro Tremonti si esprime, non a favore della flessibilità, che tanti bei dati ha regalato alle statistiche nazionali sulla disoccupazione, ma a favore dell'oramai fantomatico POSTO FISSO, da anni caposaldo della mentalità italiana, che i figli li voleva "sistemati", a qualunque costo.
Un sondaggio su Repubblica conferma che la mentalità in Italia non è cambiata: il 62% dei votanti ha dato ragione a Tremonti,dichiarando che "senza il posto fisso non si campa".
Io personalmente ho votato l'opzione "Il lavoro può essere flessibile, ma il passaggio da un posto all'altro va aiutato e la previdenza garantita",dove per me la parola chiave è PREVIDENZA. Un sistema che valorizzi il lavoratore, gli permetta una mobilità costruttiva, ma che gli consenta allo stesso tempo di essere tutelato, come lavoratore e come cittadino. Se nei Paesi Scandinavi ciò è assodato, in Italia, sempre secondo il sondaggio di Repubblica, solo il 34% sceglierebbe quest'opzione.
Un sondaggio su Repubblica conferma che la mentalità in Italia non è cambiata: il 62% dei votanti ha dato ragione a Tremonti,dichiarando che "senza il posto fisso non si campa".
Io personalmente ho votato l'opzione "Il lavoro può essere flessibile, ma il passaggio da un posto all'altro va aiutato e la previdenza garantita",dove per me la parola chiave è PREVIDENZA. Un sistema che valorizzi il lavoratore, gli permetta una mobilità costruttiva, ma che gli consenta allo stesso tempo di essere tutelato, come lavoratore e come cittadino. Se nei Paesi Scandinavi ciò è assodato, in Italia, sempre secondo il sondaggio di Repubblica, solo il 34% sceglierebbe quest'opzione.
Salgo su un aereo diretto a Copenhagen con la chiara impressione di essere l'unica italiana a bordo. Perchè ho quest'impressione? Beh, in primo luogo perchè non capisco una parola di ciò che dicono gli altri passeggeri. E poi per il modo in cui sono vestiti. Lo penso candidamente: pochi, pochissimi italiani esibirebbero sandali e calzini, maglioni infeltriti, fuseaux-calzino bianco di spugna-espadrillas.
Poi nella mia mente siapre un parallelo: penso a Fiumicino,aeroporto italiano, e a Kastrup, aeroporto danese. Il primo vecchio, trasandato, caotico, rappezzato. E sporco (avete mai sostato sui binari del Leonardo Express? Una fogna a cielo aperto). Il secondo moderno, tranquillo, pulito, dall'architettura impeccabile, che solo a guardarlo dona un senso di serenità ed efficienza.
Tutto questo ha effettivamente una spiegazione. E tale spiegazione sta nella natura delle due società. Mentre in Italia prevalgono l'individualismo, l'accento sul sè ed il totale disinteressamento al noi,in Danimarca la comunità assume connotati ben diversi. Il bene pubblico è davvero di tutti e tutti se ne prendono cura. Allora ecco che il bene pubblico diventa bello, curato e pulito, riflettendo un senso profondo di appartenenza alla nazione, al gruppo sociale.
In Italia, di ciò non ci si preoccupa. Fuori dalla nostra porta di casa? Non è affar nostro. Ma di certo, non rinunceremo mai a sollevare il colletto della polo, a coordinare scarpe e borsette e a tenere ben alla larga i calzini dai sandali!
Poi nella mia mente siapre un parallelo: penso a Fiumicino,aeroporto italiano, e a Kastrup, aeroporto danese. Il primo vecchio, trasandato, caotico, rappezzato. E sporco (avete mai sostato sui binari del Leonardo Express? Una fogna a cielo aperto). Il secondo moderno, tranquillo, pulito, dall'architettura impeccabile, che solo a guardarlo dona un senso di serenità ed efficienza.
Tutto questo ha effettivamente una spiegazione. E tale spiegazione sta nella natura delle due società. Mentre in Italia prevalgono l'individualismo, l'accento sul sè ed il totale disinteressamento al noi,in Danimarca la comunità assume connotati ben diversi. Il bene pubblico è davvero di tutti e tutti se ne prendono cura. Allora ecco che il bene pubblico diventa bello, curato e pulito, riflettendo un senso profondo di appartenenza alla nazione, al gruppo sociale.
In Italia, di ciò non ci si preoccupa. Fuori dalla nostra porta di casa? Non è affar nostro. Ma di certo, non rinunceremo mai a sollevare il colletto della polo, a coordinare scarpe e borsette e a tenere ben alla larga i calzini dai sandali!
Sunday, October 11, 2009
Monday, October 05, 2009
Il pagliaccio
Mi piace molto il nuovo video di Cesare Cremonini, Il pagliaccio. Mi ha colpito subito, la prima volta che l'ho visto per caso (molto per caso, visto che di norma non guardo la TV) su MTV. Ho scoperto che è diretto da un artista di Minsk, Алексей Терехов (Aliaksei Tserakhau), che con il suo stile insolito ha vinto parecchi premi in tutta Europa.
Enjoy:
Enjoy:
Sunday, October 04, 2009
Thursday, October 01, 2009
OLTRE IL NETWORKING: BUONE IDEE PER L'ITALIA
Dalla Convenzione con le Province, al ruolo delle donne nella società italiana, a un dialogo con i giovani europarlamentari, a Bruxelles si discute dei progetti di RENA
Si parlerà di idee e di iniziative concrete per migliorare l’Italia sabato 3 e domenica 4 ottobre a Bruxelles al Radisson Blu EU Hotel. L'occasione sarà la 3° Assemblea generale di RENA - Rete per l’Eccellenza Nazionale - che dopo due edizioni in Italia si svolgerà quest'anno nella capitale Europea. RENA è un'associazione indipendente e dinamica di giovani italiani che lavorano nel pubblico e nel privato, in Italia e all'estero, e che si propone di introdurre in Italia le best practices che gli 'arenauti', così si auto-definiscono i soci, hanno appreso all'estero e in alcune realtà italiane. La scelta di riunirsi per una volta a Bruxelles non è quindi casuale.
Alessandro Fusacchia, Presidente di RENA, afferma: "RENA non è una rete di 'cervelli in fuga'. Non esiste più la fuga di cervelli come la si intendeva un tempo. La fuga è diventata 'circolazione' di cervelli. La nostra associazione non è fatta di espatriati, bensì di ventenni, trentenni e quarantenni figli del 2009 che partono e ritornano, stanno a New York come in India, in Europa come nelle città
italiane di provincia. Il nostro obiettivo è di mettere in rete competenze diverse, con l’intento di condividere le migliori esperienze, locali e nazionali quanto europee ed internazionali, in modo da rafforzare e radicare in Italia una cultura dell’innovazione pubblica."
Ospite d'onore dell'evento, sabato 3 ottobre alle ore 10:00, sarà Martin Westlake, Segretario generale del Comitato economico e sociale europeo, che discuterà con i giovani 'arenauti'dell'importanza del concetto di democrazia partecipativa per il futuro democratico dell'Unione europea, commentando a caldo i risultati del referendum irlandese sul Trattato di Lisbona.
Più di 60 'arenauti' provenienti da diversi continenti sono in arrivo a Bruxelles per valutare i risultati raggiunti da RENA e definire le future attività da sviluppare. Nei mesi scorsi RENA ha ampliato la rete degli associati e il numero di iniziative. Tra questi, il 2-3 luglio a Stresa, alla vigilia del G8 dell'Aquila, RENA è stata tra gli ideatori del primo “G8 dei giovani imprenditori”. In questi ultimi mesi sono inoltre stati messi in cantiere progetti con l’Unione delle Province d’Italia che mirano ad individuare esempi d’eccellenza tra i dirigenti e funzionari provinciali under 40 e altri che hanno l’obiettivo di promuovere la sostenibilità ambientale delle Province e la crescita 'verde'. RENA si rivolge ai pubblici decisori con proposte concrete, come quella presentata ad Emma Bonino e che riguarda il rapporto tra donne, lavoro e pari opportunità. Infine, il contatto con l’Europa e il desiderio di aprire l’Italia al mondo non può che comportare un contatto con i parlamentari europei verso i quali RENA vuole sviluppare una campagna di sensibilizzazione sul tema della meritocrazia e dell'eccellenza.
Si parlerà di idee e di iniziative concrete per migliorare l’Italia sabato 3 e domenica 4 ottobre a Bruxelles al Radisson Blu EU Hotel. L'occasione sarà la 3° Assemblea generale di RENA - Rete per l’Eccellenza Nazionale - che dopo due edizioni in Italia si svolgerà quest'anno nella capitale Europea. RENA è un'associazione indipendente e dinamica di giovani italiani che lavorano nel pubblico e nel privato, in Italia e all'estero, e che si propone di introdurre in Italia le best practices che gli 'arenauti', così si auto-definiscono i soci, hanno appreso all'estero e in alcune realtà italiane. La scelta di riunirsi per una volta a Bruxelles non è quindi casuale.
Alessandro Fusacchia, Presidente di RENA, afferma: "RENA non è una rete di 'cervelli in fuga'. Non esiste più la fuga di cervelli come la si intendeva un tempo. La fuga è diventata 'circolazione' di cervelli. La nostra associazione non è fatta di espatriati, bensì di ventenni, trentenni e quarantenni figli del 2009 che partono e ritornano, stanno a New York come in India, in Europa come nelle città
italiane di provincia. Il nostro obiettivo è di mettere in rete competenze diverse, con l’intento di condividere le migliori esperienze, locali e nazionali quanto europee ed internazionali, in modo da rafforzare e radicare in Italia una cultura dell’innovazione pubblica."
Ospite d'onore dell'evento, sabato 3 ottobre alle ore 10:00, sarà Martin Westlake, Segretario generale del Comitato economico e sociale europeo, che discuterà con i giovani 'arenauti'dell'importanza del concetto di democrazia partecipativa per il futuro democratico dell'Unione europea, commentando a caldo i risultati del referendum irlandese sul Trattato di Lisbona.
Più di 60 'arenauti' provenienti da diversi continenti sono in arrivo a Bruxelles per valutare i risultati raggiunti da RENA e definire le future attività da sviluppare. Nei mesi scorsi RENA ha ampliato la rete degli associati e il numero di iniziative. Tra questi, il 2-3 luglio a Stresa, alla vigilia del G8 dell'Aquila, RENA è stata tra gli ideatori del primo “G8 dei giovani imprenditori”. In questi ultimi mesi sono inoltre stati messi in cantiere progetti con l’Unione delle Province d’Italia che mirano ad individuare esempi d’eccellenza tra i dirigenti e funzionari provinciali under 40 e altri che hanno l’obiettivo di promuovere la sostenibilità ambientale delle Province e la crescita 'verde'. RENA si rivolge ai pubblici decisori con proposte concrete, come quella presentata ad Emma Bonino e che riguarda il rapporto tra donne, lavoro e pari opportunità. Infine, il contatto con l’Europa e il desiderio di aprire l’Italia al mondo non può che comportare un contatto con i parlamentari europei verso i quali RENA vuole sviluppare una campagna di sensibilizzazione sul tema della meritocrazia e dell'eccellenza.
Friday, September 25, 2009
Oreste
Abbiamo un modo tutto nostro di comunicare, io e Oreste. Lui riconosce i miei passi ed il modo in cui le mie chiavi tintinnano quando le estraggo dalla borsa. Non appena entro dal pesante portone di legno del palazzo romano in cui abito, lui mi corre incontro. Se non lo vedo, muovo un po' di più le chiavi, appesantisco i passi, e l'aspetto.
Di solito saliamo le scale a piedi, insieme. Ci fermiamo ad ogni scalino, io gli parlo e lui si fa accrezzare. Un giorno siamo saliti assieme in ascensore. Oggi ho preso l'ascensore da sola, e mentre salivo ho sentito che mi chiamava. Poi l'ho trovato ad attendermi proprio di fronte alla porta del mio appartamento.
Oreste è solo un gatto, ma vederlo è una gioia. Bianco e grigio, con un delizioso nasino rosa. E affettuoso, cerca coccole da tutti. Ma tra tutti, mi piace sapere che sono una delle poche di cui riconosce il passo, e che attende alla sera al rientro a casa.
Di solito saliamo le scale a piedi, insieme. Ci fermiamo ad ogni scalino, io gli parlo e lui si fa accrezzare. Un giorno siamo saliti assieme in ascensore. Oggi ho preso l'ascensore da sola, e mentre salivo ho sentito che mi chiamava. Poi l'ho trovato ad attendermi proprio di fronte alla porta del mio appartamento.
Oreste è solo un gatto, ma vederlo è una gioia. Bianco e grigio, con un delizioso nasino rosa. E affettuoso, cerca coccole da tutti. Ma tra tutti, mi piace sapere che sono una delle poche di cui riconosce il passo, e che attende alla sera al rientro a casa.
Thursday, September 24, 2009
Il mondo di Horten
Ne facessero di più di film così ... non vi preoccupate, esiste anche una versione in italiano!!!
Tuesday, September 22, 2009
Sunday, September 20, 2009
Il grande sogno
Sulla scia delle novità cinematografiche lanciate dal cinema di Venezia, ho stilato una lista di film che vorrei vedere nelle prossime settimane ed ho iniziato con Il grande sogno di Michele Placido.
Ci sono andata con mia madre, che a metà film ha cominciato a parlarmi, per confermare "che in quegli anni era davvero così" e che "la polizia ha davvero menato (ok, non ha detto propriamente "menato", ma ha usato un corrispondente dell'espressione, in Friulano)".
Ci sono andata per godermi Scamarcio, per poi scoprire che mi è piaciuta di più l'interpretazione di Luca Argentero, da cui non mi aspettavo molto, visto che ha iniziato la sua carriera nell'inguardabile Grande Fratello.
Ho trovato un film dalla bella fotografia, curato ed appassionante; specchio di un'Italia dell'epoca, che mi ha fatto riflettere su come in quarant'anni il nostro Paese non è purtroppo riuscito a rinnovarsi. Se quarant'anni fa le lotte sociali erano mirate a debellare le disuguaglianze e a garantire a tutti i loro diritti fondamentali, in primis quello allo studio, secondo me al giorno d'oggi le lotte sociali dovrebbero implicare uno scontro generazionale. Mi spiego meglio. Le generazioni più giovani adesso hanno la possibilità di accedere a tutti i beni materiali che la società impone loro di possedere; tuttavia, e in termini assoluti e paradossali, sono più povere di quelle precedenti (in pochi guadagnano più dei loro genitori) e private di alcuni diritti fondamentali come la sicurezza sociale, dai contratti di lavoro alle pensioni. Insomma, credo che sia per questo che le giovani generazioni dovrebbero lottare: a che serve avere una popolazione di laureati, se poi si punta sulla quantità e non sulla qualità dell'istruzione superiore (esistono in Italia corsi di laurea con UN SOLO iscritto), e se poi i "dottori" prodotti dal sistema si trovano a lavorare con contratti a progetto, che non permettono loro di avere una qualità della vita almeno dignitosa nè adesso nè nel futuro?
E' qui che dovrebbe emergere la rabbia, unita alla paura di un futuro incerto, per il quale non vengono in alcun modo forniti alla popolazione più giovane degli strumenti concreti affinchè sia possibile costruire un qualcosa di stabile (contributi INPS, questi sconosciuti).
Però ieri sera mentre guardavo il film ci riflettevo: pensavo alle lotte degli studenti di allora e ai cortei degli studenti di oggi. Quelli che "noi la crisi non la paghiamo", ma che intanto vengono stretti dalla morse di un sistema che comunque non dà loro opportunità, indipendentemente dagli slogan, timidi ed innocui, che per alcuni giorni hanno urlato nelle piazze e sulle strade.
E allora, che si può fare? Nel Sessantotto gli studenti e le loro barricate facevano paura. La loro voglia di cambiare il sistema, come dice il Libero del film, aveva spinto il sistema stesso ad autoproteggersi, a mandare la polizia ad arginare queste "cellule impazzite" della società, che a tutti i costi volevano aprirsi al mondo e dare il proprio contributo per poterlo cambiare. Oggi i ragazzi in piazza non fanno più paura a nessuno. Dall'alto vengono guardati con sufficienza e tenuti facilmente sotto controllo.
La protesta dovrebbe riscoppiare. Ma in altri modi, che vadano ad intaccare in maniera più sofisticata il subdolo sistema che ancora ci invischia.
Ci sono andata con mia madre, che a metà film ha cominciato a parlarmi, per confermare "che in quegli anni era davvero così" e che "la polizia ha davvero menato (ok, non ha detto propriamente "menato", ma ha usato un corrispondente dell'espressione, in Friulano)".
Ci sono andata per godermi Scamarcio, per poi scoprire che mi è piaciuta di più l'interpretazione di Luca Argentero, da cui non mi aspettavo molto, visto che ha iniziato la sua carriera nell'inguardabile Grande Fratello.
Ho trovato un film dalla bella fotografia, curato ed appassionante; specchio di un'Italia dell'epoca, che mi ha fatto riflettere su come in quarant'anni il nostro Paese non è purtroppo riuscito a rinnovarsi. Se quarant'anni fa le lotte sociali erano mirate a debellare le disuguaglianze e a garantire a tutti i loro diritti fondamentali, in primis quello allo studio, secondo me al giorno d'oggi le lotte sociali dovrebbero implicare uno scontro generazionale. Mi spiego meglio. Le generazioni più giovani adesso hanno la possibilità di accedere a tutti i beni materiali che la società impone loro di possedere; tuttavia, e in termini assoluti e paradossali, sono più povere di quelle precedenti (in pochi guadagnano più dei loro genitori) e private di alcuni diritti fondamentali come la sicurezza sociale, dai contratti di lavoro alle pensioni. Insomma, credo che sia per questo che le giovani generazioni dovrebbero lottare: a che serve avere una popolazione di laureati, se poi si punta sulla quantità e non sulla qualità dell'istruzione superiore (esistono in Italia corsi di laurea con UN SOLO iscritto), e se poi i "dottori" prodotti dal sistema si trovano a lavorare con contratti a progetto, che non permettono loro di avere una qualità della vita almeno dignitosa nè adesso nè nel futuro?
E' qui che dovrebbe emergere la rabbia, unita alla paura di un futuro incerto, per il quale non vengono in alcun modo forniti alla popolazione più giovane degli strumenti concreti affinchè sia possibile costruire un qualcosa di stabile (contributi INPS, questi sconosciuti).
Però ieri sera mentre guardavo il film ci riflettevo: pensavo alle lotte degli studenti di allora e ai cortei degli studenti di oggi. Quelli che "noi la crisi non la paghiamo", ma che intanto vengono stretti dalla morse di un sistema che comunque non dà loro opportunità, indipendentemente dagli slogan, timidi ed innocui, che per alcuni giorni hanno urlato nelle piazze e sulle strade.
E allora, che si può fare? Nel Sessantotto gli studenti e le loro barricate facevano paura. La loro voglia di cambiare il sistema, come dice il Libero del film, aveva spinto il sistema stesso ad autoproteggersi, a mandare la polizia ad arginare queste "cellule impazzite" della società, che a tutti i costi volevano aprirsi al mondo e dare il proprio contributo per poterlo cambiare. Oggi i ragazzi in piazza non fanno più paura a nessuno. Dall'alto vengono guardati con sufficienza e tenuti facilmente sotto controllo.
La protesta dovrebbe riscoppiare. Ma in altri modi, che vadano ad intaccare in maniera più sofisticata il subdolo sistema che ancora ci invischia.
Saturday, September 05, 2009
"L'ho chiamata Marubi per combattere il virus della nostra società, un virus che io chiamo "l'identità per ventiquattr'ore". Corriamo come forsennati verso il capitalismo, ma questo che abbiamo è una caricatura del capitalismo. La cultura crea la vera economia, quella solida, quella che non evapora in una giornata, l'economia che ti rassicura, che ti fa venire il desiderio di mettere al mondo un figlio. Questa economia ce l'hai solo quando la gente sa dare il valore alle cose, cioè alla responsabilità, ai diritti individuali e collettivi, il valore ai valori. Senza questo non c'è neppure vera democrazia. In questa crisi si cercano identità precarie, superficiali: si cercano soldi, perchè i soldi danno tutto, puoi comprare il potere, i voti, lo Stato, i giudici. Una donna. Puoi comprarti anche un'identità perchè il denaro ti fa sentire qualcuno. Chi ha i soldi è il modello per chi non ha identità.(..)
Vedi, la dittatura peggiore in fondo non è quella ideologica. E' la dittatura della mediocrità."
Kujtim Çashku, regista albanese e fondatore della Marubi Film & Multimedia School di Tirana.
Citazione dal libro "In alto mare" di Antonio Caiazza
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